A cosa serve parlare di guerra in teatro?

Una piccola guerra perfetta di Elvira Dones messa in scena da Domenico Castaldo con il suo LAB Perm per Prospettiva 4 –Teatri di Guerra- alla Cavallerizza Reale di Torino fino al 14 aprile

Non siamo più abituati a parlare di guerre in teatro perché sennò sapremmo che difficilmente si vedono- come in televisione- gli orrori che le caratterizzano – questione di mezzi ed opportunità. Non siamo più abituati a vedere tragedie in teatro perché sennò sapremmo che lo spazio della sua rappresentazione è affidata al racconto: dei protagonisti che si interrogano sul da farsi, dei nunzi che ci aggiornano, dei testimoni e delle vittime, di quelle che possono ancora parlare e di quelle che non possono più, ma di cui ci si immagina i discorsi, i pensieri, le paure, mentre tutto intorno esplodono gli echi, gli odori e i fragori della battaglia. Non siamo più abituati tout court ad andare a teatro, come la sera ci si mette davanti alla tv o si accede compulsivamente (in qualunque momento della giornata) alla rete, perché sennò sapremmo che lì, in teatro, si consuma un rito collettivo, una celebrazione di memoria e di vita, molto lontana dalle narrazioni solipsistiche che neppure il più progredito social network è in grado di oltrepassare. Ed è proprio questa dimensione, di rito collettivo, di narrazione che presuppone l’attività riflessiva e umana della memoria, di tessitura e di ricomposizione laddove c’era solo lo squarcio del dolore e della paura, che viene restituita da Domenico Castaldo e dal suo LABPerm nella riscrittura per la scena del testo di Elvira Dones “ Piccola Guerra perfetta”, fino al 14 aprile alla Cavallerizza Reale.

La guerra a cui ci si riferisce è quella di “soli” 80 giorni, combattuta, dall’alto dei cieli, dalla NATO per una causa “umanitaria”: porre fine alla pulizia etnica scatenata da Milosevic nel Kosovo. Ma la guerra, sembra suggerire il testo, anche quando combattuta per una giusta causa, non è mai giusta e lascia dietro di sé  alla fine, solo sconfitte, per tutti, e una lunga scia di orrori, di ricordi impronunciabili, di separazioni irrimediabili, di lacerazioni.

Una scena scarna ed essenziale ma vivida, calda nei colori e nell’arredo, come le efficaci luci (entrambe del bravissimo Lucio Diana) danno immediatamente la cifra  dell’angolo di visuale scelto per raccontare: un compleanno da festeggiare, tra amici, in famiglia, i ragazzi che non tornano, la casa che diventa l’ultimo baluardo dalla ferocia di fuori. Protagoniste sono le donne, custodi ed interpreti di quella voglia ostinata di vivere e di preservare la normalità, la speranza, anche nelle condizioni più avverse, in un gioco di assedio e fuga dalla casa divenuta prigione. La lucida pensosità di Nita (Katia Capato), gli occhi rimasti aperti di fronte alle barbarie della piccola Blerime (Francesca Netto), il dolore senza parole della Madre, Besa (Marta Laneri), la giovinezza che urla le sue ragioni di Rea (Eleni Maragkaki), l’amica sfortunata (Ginevra Giachetti) trovano il loro contrappunto nelle figure maschili, tratteggiate con asciuttezza e profonda compenetrazione da Domenico Castaldo.

E se c’è un elemento inaspettato, trepido e intensamente commovente, è proprio l’emergere, in mezzo a tanti uomini violenti – stupratori, cecchini, mercenari pronti ad uccidere anche solo per avere una bella macchina-  di uomini, come lo zio emigrato in svizzera, capaci di esprimere quel sentimento di cura e protezione che, prima della prematura scomparsa dei padri, chiamavamo in senso positivo, paterno. Anche a questo serve parlare di guerra in teatro.

Alessandra Morelli