Border Radio partner di VOCI SCOMODE – Quante guerre si combattono in Siria? 28/11/17

Con enorme piacere, Border Radio è media partner della nuova edizione di Voci Scomode, organizzata dal Caffè dei Giornalisti e quest’anno dedicata alla Siria.
Sabato 25 novembre ne parleremo in diretta, a partire dalle 19.00, con Rosita Ferrato, presidente del Caffè dei giornalisti.

 

QUANTE GUERRE SI COMBATTONO IN SIRIA?
Il racconto giornalistico tra censura e fonti di guerra

Circolo della Stampa
Palazzo Ceriana Mayneri
Corso Stati Uniti, 27
ore 18-20

Il Caffè dei Giornalisti ospita le “voci scomode” Raafat Alomar Alghanim e Shiyar Khaleal,  reporter siriani perseguitati, arrestati e costretti all’esilio: rifugiati a Parigi presso La Maison des Journalistes, continuano con il loro lavoro a denunciare la devastazione del Paese.  Con un obiettivo: infrangere il silenzio internazionale.

La difficoltà di fare informazione libera in Siria è tutta nel commento di Reporter senza frontiere ai dati dell’ultimo rapporto, che indica il Paese come “il più letale per gli operatori dei media”: nel 2016 i giornalisti uccisi – molti dei quali in maniera deliberata – sono stati 74; meno che nel 2015 quando se ne contarono 101, ma solo perché è drasticamente aumentato il numero di quelli costretti alla fuga e di coloro ai quali è negato il visto d’ingresso governativo (che consente, peraltro, uno spazio di manovra estremamente limitato).

Ma la difficoltà è grande anche per i pochi, pochissimi giornalisti ai quali le autorità siriane concedono il visto, e sono quindi investiti della responsabilità di portare all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale il conflitto più difficile da raccontare, perché nel Paese non si combatte una sola guerra ma tante: sul palcoscenico siriano si muovono ribelli, esercito e milizie siriane; Hezbollaha libanesi e milizie sciite straniere; Arabia Saudita, Iran e Israele; Stati Uniti e Russia. Senza dimenticare, ovviamente, la confinante Turchia, tra gli attori istituzionali più determinati nel volere la caduta di Bashar al-Assad, meta di milioni di profughi siriani che, entrati illegalmente per fuggire dalla guerra, vivono in condizioni difficili e quasi impossibili da documentare: è noto come il Paese (al quale Voci scomode ha dedicato l’edizione 2016 Turchia, censura di Stato ) sia “la più grande prigione al mondo di giornalisti”, sempre nelle parole di Reporter senza frontiere.

Partendo da queste premesse, le domande da porsi sono tante: essere una “voce scomoda” significa assumere il rischio della mancata veridicità della notizia o tacere se impossibilitati ad avere riscontri certi e oggettivi? Nell’impossibilità di ascoltare le versioni delle tante parti in conflitto, è possibile assegnare solo a qualcuna di essa un valore di sineddoche? In un contesto dominato dall’incertezza delle fonti, qual è il ruolo dei social network? Un eventuale accordo capace di giungere ad una soluzione della questione Siria nel suo complesso (non limitata, quindi, al solo “cessate il fuoco”) potrà condurre alla libertà di stampa? Soprattutto: come infrangere il silenzio internazionale su ciò che accade in Siria?

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